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Don Milani educatore
l'importanza dell'aderenza

 

(da C. Marchi, Don Lorenzo Milani: l'importanza dell'aderenza,
in "Scuola e Didattica", 18-19, giugno-luglio 2004, pagg. 25-29, © La Scuola Ed. )

Il nome di don Lorenzo Milani rievoca agli insegnanti oggi meno giovani – che hanno vissuto il ’68 - molte suggestioni, ma nulla più. Rimane il ricordo di un ‘mito’, di un’alternativa cristiana alla contestazione d’ispirazione marxista. La sua scuola di Barbiana – era l’anno 1954 – è ricordata come precorritrice di una riforma della scuola sempre attesa e mai arrivata. Qualcuno ricorda con nostalgia o con sospetto la sua scelta di campo a favore dei poveri in un periodo in cui la Chiesa era esplicitamente schierata con la Democrazia Cristiana[1]. Altri ricordano la scuola che doveva promuovere tutti: “una scuola che seleziona distrugge la cultura. Ai poveri toglie il mezzo d’espressione. Ai ricchi toglie la conoscenza delle cose”[2]; oppure pensa al suo rifiuto delle materie, diremmo oggi, curricolari[3]. Qualcun altro sorride all’idea di favorire fra i docenti i celibi in modo da richiedere loro totale dedizione di tempo e di entusiasmo a favore della scuola[4], oppure si stupisce quando in Lettera a una professoressa, a proposito di uno sciopero degli insegnanti, si afferma: “è difficile vedere in voi dei lavoratori con diritti sindacali. (…) Quando toccate quelle poche ore di insegnamento la gente capisce che di noi non ve ne importa nulla”[5]. Per i più esperti di cose scolastiche la scuola di Barbiana ha rappresentato solo improvvisazione o laboratorio povero.

Eppure l’insegnamento di don Milani ha inciso profondamente su quanti hanno frequentato le sue scuole di San Donato di Calenzano e di Barbiana al punto che, a 35 anni dalla morte, si parla ancora di modello di Barbina. A lui si deve il merito di aver intuito sul piano pratico metodiche e teorie che saranno oggetto della riflessione didattica dei decenni successivi, più in generale il merito di aver precorso tematiche che saranno oggetto del dibattito sulla riforma della scuola. A oltre 50 anni dalla sua prima scuola, quella di San Donato, il gruppo non si è disperso, ma ha dato origine a realtà ancora presenti, l’ultima delle quali è il “centro di Formazione e ricerca Don L. Milani e Scuola di Barbiana”[6].

 

· L’insegnamento della lingua. Il punto centrale della sua didattica è costituito dall’insegnamento della lingua (italiana, ma vale anche per le lingue stranere come mezzo di comunicazione): la sua principale e costante preoccupazione si esprimeva nello sforzo di ridare la parola ai poveri. Quando il Nostro iniziò la sua attività a Calenzano si reso presto conto della situazione di soggezione in cui le persone si trovano per mancanza dello strumento linguistico. Non si tratta solamente di saper leggere e scrivere. Se a Calenzano nel 1952 tutti sanno scrivere mentre poco più di cento anni prima solo il 3% della popolazione è pur vero che “la vita moderna richiede al cittadino un crescendo di prestazioni intellettuali (politica, sindacato, burocrazia ecc.) che non erano richieste al bracciante del secolo scorso. (…) Non è dunque esagerazione sostenere che l’operaio d’oggi col suo diploma di quinta elementare è in stato di maggior minorazione sociale che non il bracciante analfabeta del 1841”[7]. Interessanti sono le osservazioni sulla lettura dei quotidiani: essi ormai giungono nelle case di tutti (se non acquistati, portati a domicilio dai propagandisti dei partiti), ma pochi sono in grado di capirne il contenuto. In una serie di esempi il don Milani dell’epoca di San Donato fa notare[8] con degli esempi come alcuni articoli di contenuto scontatissimo risultino incomprensibili a chi ha frequentato solamente fino alla quinta elementare per un certo numero di parole a lui sconosciute. Si tratta di vera soggezione culturale: “la quasi totalità degli anziani – riferisce[9] – e l’88,6% dei giovani del nostro popolo è intellettualmente alla mercé di chi abbia fatto anche una sola classe oltre le elementari”. Ecco allora che per il don Milani dell’epoca di Barbiana l’interesse principale è quello di insegnare la lingua, ridare la parola ai poveri perché venga spezzato il circolo vizioso secondo il quale le classi superiori condizionano la lingua e così facendo si approfondisce il divario tra le classi sociali. La lingua, o meglio tutte le lingue, devono trovarsi al centro della scuola. “La lingua poi è formata dai vocaboli di ogni materia. Per cui bisogna sfiorare tutte le materie un po’ alla meglio per arricchirsi la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti solo nell’arte di parlare”[10].

Questa centralità della parola crea a Barbiana tecniche raffinate: le regole dello scrivere sono: “avere qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo”[11]. Grazie a Lettera a una professoressa possiamo entrare in aula e vedere come lavorano intorno alla produzione scritta:

Noi dunque si fa così:

"Per prima cosa ognuno tiene in tasca un notes. Ogni volta che gli viene un’idea ne prende appunto. Ogni idea su un foglietto separato e scritto da una parte sola.
Un giorno si mettono insieme tutti i foglietti su un grande tavolo. Si passano a uno a uno per scartare i doppioni. Poi si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son paragrafi.
Ora si prova a dare un nome a ogni paragrafo. Se non si riesce vuol dire che non contiene nulla o che contiene troppe cose. Qualche paragrafo sparisce. Qualcuno diventa due.
Coi nomi dei paragrafi si discute l’ordine logico finché nasce uno schema. Con lo schema si riordinano i monticini.
Si prende il primo monticino, si stendono sul tavolo i suoi foglietti e se ne trova l’ordine. Ora si butta giù il testo come viene viene.
Si ciclostila per averlo davanti tutti eguale. Poi forbici, colla e matite colorate. Si butta tutto all’aria. Si aggiungono foglietti nuovi. Si ciclostila un’altra volta.
Comincia la gara a chi scopre parole da levare, aggettivi di troppo, ripetizioni, bugie, parole difficili, frasi troppo lunghe, due concetti in una frase sola.
Si chiama un estraneo dopo l’altro. Si bada che non siano stati troppo a scuola. Gli si fa leggere a alta voce. Si guarda se hanno inteso quello che volevamo dire.
Si accettano i loro consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza.
Dopo che s’è fatta tutta questa fatica, seguendo regole che valgono per tutti, si trova sempre l’intellettuale cretino che sentenzia: ‘Questa lettera ha uno stile personalissimo’".[12]

· Aderenza alla realtà. Un secondo punto, egualmente centrale, della sua pedagogia è quello dell’aderenza alla realtà: partire dalla realtà quotidiana al fine di acquisire un bagaglio di conoscenze ed un vocabolario sufficiente per comprendere l’articolo di fondo del giornale e per partecipare alle attività sindacali e della politica del paese, aderire alle necessità e alle riserve umane già presenti sul territorio. Racconta un allievo di allora e oggi sostenitore convinto del metodo di Barbiana: “Chi non ricorda di noi allievi, con forte emozione, l’automobile d’Adele smontata completamente e rimontata solo perché qualcuno aveva espresso il desiderio di conoscerei il motore?”[13]. L’allievo di allora oggi commenta: “Lo sfondo integratore, su cui i progetti di Barbiana prendevano forma, era la realtà, gli avvenimenti letti sul giornale oppure narrati da innumerevoli visitatori che salivano a trovarci. Il complesso delle cose concrete, la cronaca di tutti i giorni, diventavano anche il luogo di costruzione del significato. Le nostre ricerche erano sempre monotematiche. Un metodo attivo, quello del saper fare, capace di formare il pensiero autonomo e che ci consentiva di studiare anche da soli o a piccoli gruppi. Imparando e insegnando. ‘Sempre, ci diceva, tutta la vita’ ”[14]. E continua la testimonianza: “Per don Lorenzo il luogo dove Dio parla è la realtà, la storia con la “s” minuscola. (…) Lorenzo esprimeva forte un’utopia profonda: il desiderio di trasformare il mondo a quei tempi egemonizzato da modelli autoritari, religiosi e politici. La Storia con la “S” maiuscola che fagocita le storie individuali”[15]. Termina con lui la scuola nozionistica e trasmissiva. L’allievo non è più un passivo recettore di stimoli esterni, ma attivo selettore dell’esperienza”[16].

· Laicismo. Un terzo punto ravvisabile nel suo insegnamento è il laicismo. Già dagli inizi della sua attività scolastica, a San Donato, compie un gesto che ancor oggi è fonte di discussione: toglie il crocifisso dall’aula di una scuola che pur dovrebbe definirsi cattolica: “La mia scuola la dedicherò a Socrate e non al Sacro Cuore”[17]. Il gesto di eliminare il crocifisso ha fatto discutere e ne sono state date diverse letture: comunque non è da interpretarsi come una scelta di campo per la scuola aconfessionale, sembra piuttosto che si tratti di una delle sue provocazioni per far riflettere i giovani intorno agli interrogativi religiosi. Egli stesso afferma: “chi mi ha conosciuto cattolico, se mi vede eliminare un crocifisso non mi darà mai di eretico, ma si porrà piuttosto la domanda affettuosa del come questo atto debba essere cattolicissimamente interpretato cattolico, dato che da un cattolico è posto”.[18] Con ciò non vogliamo affermare che l’aconfessionalità fosse solo di facciata, non era un modo di catturare i ragazzi ostili alla religione, tuttavia non era fine a se stessa e non escludeva l’apertura alla fede, infatti “la scuola non può essere che aconfessionale e non può essere fatta che da un cattolico e non può essere fatta che per amore (cioè non dallo Stato)”[19]. Come vivesse il rapporto tra la missione di educatore quella di sacerdote lo vedremo tra poco.

· Austerità. Un quarto punto ragguardevole della sua pedagogia è costituito dall’austerità e dall’antipermissivismo. L’educatore, se vuol raggiungere l’obiettivo di formare persone adulte, deve essere severo, contrastare le mode che trasformano i ragazzi in “burattini obbedienti”[20], deve essere autoritario. Ricordiamoci di un’altra provocazione paradossale di don Milani, e così forte da far fremere i tanti asettici e freddi insegnanti di certa fede sessantottina: “La scuola per fare cittadini sovrani deve essere Monarchica”[21]. Quest’enunciato, così pesante, va interpretato. Nel suo metodo non c’è spazio per il buonismo, per i cosiddetti insegnanti ‘democratici’ (come si diceva nel ’68): lo testimonia sempre il discepolo di allora: “Ciò che ci ha fatto restare alla sua scuola non era quella bontà che potevamo ricevere anche da pessimi insegnanti. Ci ha trattenuto il fascino e il piacere che si provava a stare accanto ad un uomo così intelligente. La bontà, quando è sola, produce persone eroiche o castrate, ma non educatori. L’allievo si rivolge al maestro non perché è cattolico, giudeo o musulmano oppure, semplicemente, perché è buono. L’allievo si avvicina al maestro per imparare senza perdere la propria identità. Un rapporto concordato su regole comuni”[22]. Non si può tuttavia negare una conduzione della classe improntata a una marcata direttività. Secondo L. Pazzaglia[23] “a questo proposito si deve convenire che, sul piano della pratica educativa, egli mostrava non solo di dare scarso rilievo alle esigenze psico-affettive del fanciullo, ma anche di non avere alcuna esitazione nel far valere, all’occorrenza, tutto il peso della propria autorità. Don Lorenzo era un maestro tanto appassionato quanto esigente. C’è tuttavia da dire che, nei casi in cui riteneva di dover imporre ai ragazzi il proprio punto di vista, egli lo faceva unicamente per evitare che imboccassero strade lungo le quali sarebbe stato loro definitivamente precluso di diventare capaci di una effettiva libertà di giudizio”. Anche a costo di perdere i ragazzi. Ecco un significativo episodio raccontato da uno di loro: “Si era già nell’epoca che per moda i ragazzi si facevano crescere i capelli, lui proprio per insegnargli ad essere persone libere che non seguono a pecorone quello che in fin dei conti il padrone detta, pretendeva che si avesse la forza di fare quello che era più razionalmente giusto. È più razionale tagliarsi i capelli corti e quindi si deve fare. (…) Don Lorenzo da una parte era rigido, loro non se la sentivano di far come diceva lui, quindi spesso erano scenate e poi alla fine pigliavano e se ne andavano”[24].

In questo contesto si inserisce l’idea che la scuola debba essere a tempo pieno nel senso che gli allievi e gli insegnanti devono essere impegnati dall’alba al tramonto, domenica inclusa; da qui l’idea di privilegiare docenti celibi[25], di qui l’intenzione di abolire ogni forma di ricreazione; racconta al riguardo don Milani: “i giovani ricchi di un par d’anni di scuola disdegnavano ormai chiasso e gioco. Volevano innanzi e dopo scuola io reggessi il silenzio più assoluto oppure la discussione ferocemente accentrata. Ne volevano profittare per mettere a pulito qualche appunto, per consultare qualche libro e soprattutto per godersi queste interminabili discussioni con me, col maestro e coi conferenzieri. Inutile dire che io ero particolarmente sensibile a queste loro richieste che erano del resto così vicine al mio personale modo di essere e di pensare”[26]. In complesso una scuola tutta dedita al lavoro. La posizione si spiega considerando chi frequenta la scuola di Barbiana: giovani che presto sarebbero stati avviati al mondo del lavoro e quindi la preoccupazione di don Milani era quella di riuscire a dar loro una formazione culturale e civile in fretta.

· Metodo cooperativo. Un quinto aspetto che volgiamo sottolineare è il metodo cooperativo, diremmo oggi. Riferisce ancora Martinelli: “a Barbiana i ragazzi siedono attorno ai tavoli. Sono eliminati pulpiti e cattedre. La scuola prenderà lentamente una forma sempre più circolare. In uno spirito cooperativo di ricerca l’intera comunità lavorerà su progetti d’utilità comune, quali la formazione, l’acquedotto, la strada, i laboratori ecc.”[27]. Abbiamo visto sopra come nasce un testo scritto: dal lavoro comune di raccolta delle informazioni (i foglietti) e dalla rielaborazione di tutti (i mucchietti).

· Rifiuto della selezione. Un aspetto, presentato come un punto forte di questa scuola, è il rifiuto della selezione. In effetti ciò è vero solamente per la scuola dell’obbligo. Nella Lettera a una professoressa la posizione è presentata in maniera esplicita: “Le riforme che proponiamo – Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogni vi proponiamo tre riforme. I – Non bocciare. II – A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno. III – Agli svogliati basta dargli uno scopo”[28]. La posizione di don Milani poggia su alcune considerazioni. Innanzitutto la selezione colpisce solo le classi sociali più umili: già in quinta elementare nel 1967 in Italia risultano ripetenti, anche per quattro volte, una media di 45% di figli di contadini, il 33% di operai, il 22% di commercianti e artigiani, il 7% delle classi superiori. La selezione poi non si giustifica se non sull’incapacità e il disinteresse degli insegnanti: “al tornitore non si permette di consegnare solo i pezzi che son riusciti. Altrimenti non farebbe nulla per farli riuscire tutti. Voi invece sapete di poter scartare i pezzi a vostro piacimento. Perciò vi contentate di controllare quello che riesce da sé per cause estranee alla scuola”[29] e in un altro passo: “Le maestre son come i preti e le puttane. Si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere. Il mondo è una famiglia immensa. Ci sono tante altre creature da servire"[30]

Alla superiori invece la selezione non solo è giustificabile, ma necessaria per non consentire alle persone impreparate di svolgere una professione o un lavoro, ne soffrirebbe tutta la collettività. Leggiamo: “Il problema qui si presenta tutto diverso da quello della scuola dell’obbligo. Là ognuno ha un diritto profondo a essere fatto eguale. Qui invece si tratta solo di abilitazioni. Si costruiscono cittadini specializzati al servizio degli altri. Si vogliono sicuri. Per esempio per le patenti siate severi. Non vogliamo essere falciati per le strade. Lo stesso per il farmacista, per il medico, per l’ingegnere”[31].

 

Qual è lo spirito che ha animato don Milani? Che cosa c’è di ancora attuale nel suo messaggio, al di là della situazione sociale e politica, quella dell’Italia anni ’50 e ’60, ormai superata? Compito della scuola non deve essere quello di sfornare laureati, ma di far diventare cittadini sovrani gli allievi! E per questo, l’impresa assorbe tutto il senso di un’esistenza, per cui, come dice Don Milani, “l’educatore, il maestro, il sacerdote, l’artista, l’amante, l’amato sono la stessa cosa”. La scuola è strumento privilegiato di elaborazione della coscienza personale e sociale: rifiutare questa prospettiva o non potervi accedere produce passività e conformismo. Andare in fondo alle cose, ragionare con la propria testa, porre domande è l’humus culturale in cui non può annidarsi l’ingiustizia. Fare scuola significa svolgere un compito civile di altissimo valore: insegnare a non obbedire acriticamente, in quanto l’obbedienza non è più una virtù ma, a livello sociale, la più devastante delle tentazioni e a livello individuale la più subdola. “La scuola è l’unica differenza che c’è tra l’uomo e gli animali. Il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualche cosa e così l’umanità va avanti”[32].

Per capire l’animo di questo educatore bisogna considerare che la sua attività di insegnante era conseguente a quella di prete: alla base di ogni esperienza e pensiero di Don Milani vi è la sua scelta di fede, scelta di Dio e di conseguenza scelta dei poveri; bisogna considerare che per la sua matrice religiosa era ben lontana dall’impostazione marxista, anche se egli arriva a dichiarare che amava i poveri più del Papa, della Chiesa e perfino di Dio. No al marxismo, no alla mentalità borghese perché il religioso, il prete testimoniano una liberazione altra, che va oltre i bisogni di sicurezza, di sopravvivenza, di autorealizzazione e che è attuata secondo i valori del Regno di Dio. La fede è un modo di essere, non è qualcosa di aggiuntivo rispetto alla vita e nel fare scuola tradurrà questa impostazione: la sua scuola sarà laica per i contenuti e l’approccio, ma profondamente evangelica per l’intenzionalità. Egli quindi pensa che la scuola sia un grande servizio all’uomo e che la dottrina sia qualcosa che può essere insegnato solo a posteriori. Afferma L. Pazzaglia[33] al riguardo “condotto dalla stessa tradizione familiare a vedere nella cultura il mezzo indispensabile per compiere scelte responsabili, don Milani riteneva che solo l’istruzione avrebbe consentito di ricostituire quell’unità tra vita e fede che la cristianizzazione della società aveva spezzato. La scuola avrebbe dovuto tuttavia rivolgersi non ai soli figli dei sedicenti fedeli, ma a tutti, con una preferenza per i figli degli operai e dei diseredati che, più degli altri, scontavano le conseguenze della loro ignoranza”.

Nella sua scuola don Milani aveva appeso al muro questa frase in inglese I care, che significa interessarsi, preoccuparsi, prendersela a cuore: era il suo modo di intendere la formazione dei giovani.

 

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[1] In occasione delle elezioni del 1953 scriveva: “dei D. C. come legislatori e come governanti i poveri avevano sette anni di esperienza. Esperienza negativa in tutti i sensi, non solo per la mancanza di realizzazioni (i disoccupati), ma soprattutto per la mancanza di sensibilità di fronte alle grandi questioni di principio (le Aziende di Stato che pagano i contributi alla Confindustria e col pubblico denaro ecc. ecc.). Sperare in una D. C. migliore è sempre lecito, ma per un futuro lontano. E le cose che si realizzeranno in un futuro lontano interessano solo che ha ideali superiori.” (Milani L., Esperienze pastorali, Firenze, 1957, Libreria Editrice Fiorentina, pp. 360-261).

[2] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Firenze, 1996, Libreria Editrice Fiorentina, p. 105.

[3] “Da voi la materia più importante è quella che non dovremo insegnare [latino]. Pretendete perfino che si traduca dall’italiano in latino. (…) La seconda materia sbagliata è matematica. (…) I filosofi studiati sul manuale diventano tutti odiosi. Sono troppi e hanno detto troppe cose. (…) la pedagogia così com’è la leverei”. (Ibid., pp. 117-119.).

[4] “Su 411.000 insegnanti delle scuole dell’obbligo 88.000 non sono sposati. (…). Perché non dire agli altri e a se stessi che non è una disgrazia, ma una fortuna essere disponibili alla scuola a pieno tempo?” (ibid., p. 87).

[5] Op. cit., p. 88.

[6] Ricco di materiale e indicante i progetti in cantiere il suo sito web www.barbiana.it

[7] Milani L., Esperienze pastorali, cit., p. 169.

[8] Ibid., pp. 176-178.

[9] Ibid., p. 185.

[10] Lettera a una professoressa, cit., p. 95.

[11] Ibid., p. 20.

[12] Ibid., pp. 126-127.

[13] Martinelli E., Pedagogia dell’aderenza, Vicchio di Mugello, 2002, Polaris, p. 15. Edoardo Martinelli giunse a Barbiana nel 1964 e, dopo alcune visite saltuarie, decise di rimanere nella comunità, attratto dal maestro. Frequenterà la scuola nel periodo più fecondo.

[14] Ibid., p. 17.

[15] Ibid., p. 28.

[16] Ibid., p. 31.

[17] Cit. in ibid., p. 63.

[18] Lettere di don Lorenzo Milani Priore di Barbiana, Milano, 1970, Mondatori, p. 24.

[19] Op. cit., p. 127.

[20] Cfr. Lettera a una professoressa, cit., p. 19.

[21] Cit. in E. Martinelli, Pedagogia dell’aderenza, cit., p. 50.

[22] Ibid., p. 53.

[23] “Don Milani uomo di scuola” in Don Lorenzo Milani tra Chiesa, cultura e scuola, Milano, 1983, Vita e Pensiero, p. 183.

[24] Intervista a F. Gesualdi ora in M. Lancisi, Dopo la ‘Lettera’. Don Milani e la contestazione studentesca, Bologna, 1980, Cappelli, p. 139.

[25] Vedi nota 4.

[26] Milani L., Esperienze pastorali, cit., pp. 127-128.

[27] Martinelli E., Pedagogia dell’aderenza, cit., p. 31.

[28] Lettera a una professoressa, p. 80.

[29] Op. cit, cit., p. 81.

[30] Ibid., p. 41-42.

[31] Ibid., p. 111.

[32] Ibid., p. 112

[33] “Don Milani uomo di scuola” in Don Lorenzo Milani tra Chiesa, cultura e scuola, cit., p. 183.