

Le due scuole in cui Lorenzo Milani si è prodotto come maestro (S.Donato di Calenzano e Barbiana) si innestano in due humus culturali diversi: San Donato è il luogo del pluralismo, delle conflittualità sociali, un centro di confronto attivo, Barbiana invece presenta un’omogeneità sociale e culturale, ma emarginazione.
Ma per entrambe le esperienze la sua tensione è la stessa.
La centralità della sua didattica è costituita dall’insegnamento della lingua: una sua preoccupazione costante si esprimeva nello sforzo di “ridare la parola ai poveri”, potremmo dire.
Dare la parola ai poveri perché venga spezzato il circolo vizioso secondo il quale le classi superiori condizionano la lingua e questa approfondisce il divario tra le classi sociali.
Compito della scuola non deve essere quello di sfornare laureati, ma di far diventare cittadini sovrani!! E per questo, l’impresa assorbe tutto il senso di un’esistenza, per cui, come dice Don Milani, “l’educatore, il maestro, il sacerdote, l’artista, l’amante, l’amato sono la stessa cosa”.
La scuola è strumento privilegiato di elaborazione della coscienza personale e sociale: rifiutare questa prospettiva o non potervi accedere produce passività e conformismo.
Andare in fondo alle cose, ragionare con la propria testa, porre domande è l’humus culturale in cui non può annidarsi l’ingiustizia. Fare scuola significa svolgere un compito civile di altissimo valore: insegnare a non obbedire acriticamente, in quanto l’obbedienza non è più una virtù ma, a livello sociale, la più devastante delle tentazioni e a livello individuale la più subdola.
L. Pulinetti