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Euroscola - A Report

 

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Sono le 7.30 del 13 novembre 2008. Sotto una pioggia battente arrivo ai cancelli della mia scuola, il liceo don Milani di Romano di Lombardia. Invece che affrettarmi all’interno, mi dirigo verso un piccolo gruppo di ombrelli aperti a riparare giovani volti sorridenti ed emozionati, nei quali si riflette il sole delle grandi aspettative.

Un rapido scambio di saluti, gli accompagnatori si allontanano e saliamo a bordo del pullman in attesa. Durante il viaggio la pioggia continua incessante, ma gli sguardi e i sorrisi sono luminosi. Siamo diretti a Strasburgo, per trascorrere una giornata Euroscola al Parlamento Europeo.

È il 14 novembre, il loro giorno. Il giorno delle mie 13 ragazze, il giorno di tanti gruppi di studenti che, provenienti da diversi paesi d’Europa, si ritrovano sotto le bandiere dei 27 stati, entrano nella magica cornice circolare dell’edificio dedicato a Louise Weiss, si affollano all’ingresso in una allegra babele linguistica.

Non c’è il tempo per sentirsi sopraffatti dall’imponenza degli spazi e dalla grandiosità delle architetture. Ogni ragazzo riceve il proprio badge, viene assegnato ad una delle commissioni che si riuniranno nel pomeriggio e sparisce alla vista, già parte di quei luoghi e di quella istituzione che si è materializzata ad accoglierli.

I docenti accompagnatori ritroveranno i propri studenti solo al termine della giornata, ma saranno testimoni anche loro di qualcosa di raro, di un’emozione tangibile, di un processo di unione armonica e di scambio reciproco.

Quando entro con gli altri docenti nell’emiciclo, tutto è in penombra. Si distinguono solo le centinaia di piccoli schermi delle postazioni della sala, accesi come tante candele nella notte, o tanti cellulari ad un concerto rock. Si percepisce un suono indistinto ma diffuso, che sale e si propaga dal centro del semicerchio verso l’esterno.

All’improvviso le luci si accendono, a rivelare che nell’enorme emiciclo sono già seduti, ai posti di solito occupati dai membri del parlamento, centinaia e centinaia di ragazzi. Istintivamente cerco le ‘mie’ ragazze. Ne metto a fuoco alcune, ma poi lo sguardo si perde in quegli innumerevoli visi sorridenti, tutti diversi eppure tutti così simili.

Sono ragazzi svedesi, bulgari, portoghesi, irlandesi, greci, cechi, finlandesi, italiani, inglesi, polacchi, francesi, lituani, spagnoli, maltesi, tedeschi. Come per incanto hanno già superato le differenze nazionali e i confini delle loro lingue e parlano tra loro con estrema naturalezza, ora con una ora con un’altra lingua.

Il saluto ufficiale di benvenuto è in francese, ed è il francese che apre, e da qui in avanti condurrà, i lavori della giornata. Poi i portavoce di ciascuna scuola si alternano a presentare brevemente la propria realtà scolastica. Ne viene fuori un piccolo affresco di luoghi, di lingue e di esperienze, da cui risaltano obiettivi simili più che differenze reali.

La presentazione del Parlamento, delle sue funzioni e delle sue dinamiche, trova una platea attenta e capace di interagire con serietà, interesse e competenza. Come per dei veri parlamentari, è assicurato un servizio di traduzione simultanea in cuffia, ma è veramente bello vedere che pochi studenti ne fanno uso, spinti più che altro dalla curiosità e non da una vera necessità. E’ il plurilinguismo dei giovani che si va affermando oggi.

Il primo pomeriggio è dedicato ai lavori delle commissioni, a cui i docenti accompagnatori non partecipano. Tuttavia, quando si riapre la seduta plenaria, è facile leggere sui volti che rientrano nell’emiciclo la fatica della mediazione linguistica e dello scambio di idee, l’entusiasmo per l’impegno profuso, la soddisfazione per i risultati raggiunti.

Ogni presidente di commissione illustra come si sono svolti i lavori all’interno del proprio gruppo, e ogni portavoce presenta la mozione che di quei lavori è il risultato ufficiale. Ad ogni mozione segue un dibattito. Ad ogni dibattito segue una votazione. Ci sono richieste di chiarimenti, espressioni di approvazione o di critica, interventi decisi e appassionati. Il voto non promuove tutte le mozioni presentate. Si gioisce o ci si rammarica, ma il risultato viene sempre accettato democraticamente e si va avanti.

Quando sono i ragazzi a gestire i discorsi, è l’inglese a prevalere. Di sicuro è la lingua che unisce maggiormente, che arriva alle labbra più in fretta, che sopporta, duttile, imprecisioni e storture eppure arriva lontano e penetra in profondità. Complice la musica, complice internet, complici i videogiochi e il mondo globalizzato. Non si percepisce però alcuna supremazia dell’inglese sulle altre lingue, sembra più una questione di mera comodità. All’occasione si fa uso del francese o del tedesco, in modo altrettanto naturale.

La finale dell’Eurogame, gioco corale svoltosi durante la pausa pranzo, arriva ad alleggerire la stanchezza della giornata che volge al termine. Quattro squadre finaliste, ciascuna composta da quattro ragazzi di nazionalità diverse, si sfidano su argomenti di cultura generale e giovanile. Una nostra alunna è in gara, e sfiora la coppa che le sfugge per un soffio. Un applauso caloroso va ai vincitori e a tutti i partecipanti.

E siamo alla conclusione. Il francese dei ringraziamenti ufficiali, dei complimenti al lavoro svolto, degli auguri per un percorso di crescita che ha fatto oggi una breve e intensa tappa a Strasburgo. Sulle note dell’inno europeo i portavoce delle diverse scuole sfilano con le bandiere di tutte le nazioni d’Europa, ciascuno con l’orgoglio dei colori che porta, che non sono quelli della propria nazione ma che rispecchiano lo spirito di unità nella diversità che ha animato la giornata appena trascorsa.

Guardo i ragazzi che si affollano verso l’uscita. Ascolto le diverse lingue che si mescolano nei tanti saluti. Qualcuno parla in francese, chi gli è accanto risponde in inglese. Sento qualche parola stentata in un idioma sconosciuto e la benevola approvazione di chi accoglie quel gesto di nuova amicizia. Oggi le lingue sono state i ponti che hanno permesso di unire le tante isole dei giovani partecipanti. E’ come se oggi Facebook avesse smesso di essere virtuale per diventare realtà concreta.

Sono contenta di aver avuto la possibilità di vivere questa giornata. Come insegnante europeo è stato gratificante vedere tanti studenti, capaci e competenti, affrontare tematiche complesse e importanti con lo spirito di collaborazione che tanto spesso purtroppo manca agli adulti. Come docente della scuola italiana sono stata orgogliosa di vedere interagire i nostri studenti alla pari degli altri. Ma per chi vive la scuola ogni giorno questa non è affatto una sorpresa. Conosciamo il valore dei nostri studenti.

Alessandra, Barbara, Chiara, Clara, Claudia, Elisa, Francesca, Gaia, Sara B., Sara L., Stefania, Valentina B., Valentina L. – complimenti per il vostro impegno! E’ stato un privilegio accompagnarvi in un’esperienza che sono sicura ha lasciato in voi un segno indelebile. È un privilegio contribuire alla vostra formazione culturale e costruire insieme, ogni giorno, una cittadinanza responsabile, italiana ed europea.

Maria Gabriella Serra